Spesso ci confrontiamo sui temi della crescita personale, della comunicazione efficace e delle nuove frontiere della guida di un gruppo. Si parla continuamente di leadership autorevole, di leadership gentile, di leadership generativa. Concetti sacrosanti, bellissimi, che sposiamo e che guidano ogni giorno il nostro modo di fare formazione e coaching.
Ma c’è un “ma” di cui si parla troppo poco…
Viviamo in un momento storico in cui sembra quasi vietato pronunciare la parola autorità. Come se fosse sinonimo di rigidità, di ego o di mancanza di ascolto. Eppure, chi guida un’organizzazione, una squadra sportiva o un’azienda sa benissimo che ci sono momenti in cui la leadership autoritaria non solo serve, ma è l’unica via possibile.
Perché? Per una ragione molto semplice: la responsabilità non è distribuita equamente.
Il leader ha un carico di responsabilità che nessun altro membro del team possiede, vede scenari che gli altri non possono vedere e, nei momenti critici, deve decidere. E spesso, purtroppo, chi guida si scontra con l’ignoranza – intesa come mancanza di visione d’insieme, miopia o resistenza cieca al cambiamento.
La gentilezza e l’ascolto non possono diventare un alibi per l’indecisione o per la delega in bianco quando la barca sta affrontando una tempesta. Essere leader significa anche avere il coraggio di essere impopolari!
La prospettiva del Mental Coach: come allenare questa dimensione?
Come professionisti dell’allenamento mentale e del profiling, sappiamo bene che il nostro compito non è edulcorare la realtà, ma dotare gli atleti, i manager e i coach di strumenti solidi per gestire la complessità. Quando lavoriamo con un allenatore o con un capitano, il tema dell’autorità e della presa di decisione sotto pressione emerge costantemente.
Ecco perché, alla luce di questa riflessione, il nostro lavoro di coaching si sposta su tre piani fondamentali…
- La gestione emotiva della “solitudine del leader”: prendere una decisione impopolare o imporsi con fermezza genera frustrazione e senso di colpa se il leader cerca l’approvazione a tutti i costi. Aiutare chi guida a sciogliere questo conflitto interiore è decisivo per evitare il burnout decisionale.
- Il dialogo interno e l’autoefficacia: spesso il blocco nasce dalla paura di essere giudicati autoritari. Lavorare sul dialogo interno permette al leader di distinguere chiaramente tra l’esercizio sano del potere decisionale e la chiusura all’ascolto.
- La congruenza tra ascolto e polso: l’autorevolezza autentica si nutre di ascolto profondo, ma l’efficacia, nei momenti di crisi (pensa a un finale di partita delicato o a un momento di svolta aziendale), richiede polso, fermezza e una sana dose di autorità. Non c’è contraddizione: la vera fermezza è un atto di protezione e di guida verso il gruppo.
L’autorità non è l’opposto della cura: nei momenti critici, saper tracciare una rotta chiara e pretendere l’allineamento è la più alta forma di responsabilità verso la squadra.
A cura di Amanda Gesualdi, Ph.D.
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